Cosa succede se la UE apre una procedura di infrazione contro l’Italia


Tutte le ultime indiscrezioni non danno spazio ai dubbi: oggi è in arrivo la risposta da Bruxelles alla lettera inviata lo scorso venerdì dal ministro dell’Economia Giovanni Tria, che aprirebbe all’avvio della procedura d’infrazione a carico dell’Italia. Ma quali sono le accuse specifiche? Che cosa comporterebbe concretamente l’iter? È mai stato intrapreso contro un Paese europeo? Procediamo con ordine.

Tecnicamente, ciò che la Commissione Ue si prepara ad attivare è una procedura per disavanzo eccessivo, dovuto al mancato rispetto del Patto di stabilità e crescita, nella sua riforma conosciuta come Fiscal Compact (patto di bilancio), che inasprisce le precedenti regole per assicurare maggiormente l’equilibrio dell’Eurozona. Secondo questi vincoli ratificati anche dall’Italia nel 2012, il debito pubblico andrebbe ridotto di un ventesimo su base annuale: nel nostro Paese, tuttavia, il debito è passato dal 131,4% del 2017 al 132,5% del 2018. Per l’anno corrente il debito è pari al 133,7% e si stima che raggiungerà il 135,2% nel 2020. Inoltre, lo scorso anno non c’è stata nessuna riduzione del deficit strutturale: differentemente dal deficit nominale, che prende in esame la differenza cruda tra entrate e uscite dello Stato, quello strutturale non tiene conto delle misure temporanee e calcola con maggior precisione la crescita reale del Paese. È questo l’indice che la Commissione chiede all’Italia di abbassare, mentre le politiche dell’esecutivo continuano nella direzione opposta.


L’iter per disavanzo eccessivo

Il disavanzo calcolato da Bruxelles, per il biennio 2018-2019, corrisponde a circa 11 miliardi di euro, che in termini percentuali si traduce in uno scarto del 7% rispetto a quanto prestabilito. La manovra correttiva che Bruxelles pretenderà con ogni probabilità oggi potrebbe essere tra i 3 e i 4 miliardi: in caso questa venisse varata entro l’anno, l’Italia potrebbe evitare di andare tra le fila dei sorvegliati speciali, ma è presto per poterlo affermare. Infatti, il procedimento è ancora lungo. La Commissione Ue, infatti si limiterà in realtà a comunicare una serie di raccomandazioni, chiedendo ai governi europei di decidere se aprire o meno all’iter di infrazione sul debito. In seguito, come spiega il Sole 24 Ore, si dovrà esprimere il Comitato economico e finanziario, cioè la rappresentanza dei direttori generali e dei tecnici ai ministeri delle Finanze. Poi toccherà all’Eurogruppo, il centro di coordinamento europeo che riunisce i ministri delle finanze dell’Eurozona, che si riunirà il prossimo 13 giugno a Lussemburgo. Infine sarà la volta dell’Ecofin, che il 9 luglio prenderà la decisione finale: avvio ufficiale della procedura d’infrazione, rinvio del verdetto, o sospensione del giudizio.

Sorveglianza speciale e sanzioni
Ad oggi, una procedura d’infrazione non è mai stata aperta in via formale contro un Paese europeo. Sarebbe quindi la prima volta, anche se l’Italia non è stato l’unico Stato a ricevere una richiesta di chiarimenti riguardo alla situazione economica. Anche Cipro, Belgio e Francia sono stati richiamati a causa del loro deficit e debito pubblico. Tuttavia, il caso italiano è quello che pare più preoccupante: in caso si avviasse la procedura, il Paese finirebbe sotto un regime di sorveglianza speciale, volto a verificare che si implementino tutte le misure correttive necessarie a risanare, almeno in parte, il bilancio. Per i cittadini, ciò significherebbe un aumento della tassazione e un taglio ai servizi per diminuire le spese statali: il monitoraggio costante da parte delle istituzioni europee e le misure di riparazioni avrebbero quindi un impatto concreto sulle tasche degli italiani. L’osservazione verrebbe fatta su un orizzonte di alcuni anni, e ise le direttive non dovessero essere rispettate o risultassero insufficienti, l’Unione europea sarebbe costretta ad intervenire nuovamente per imporre un nuovo piano d’azione. In caso di ulteriori trasgressioni, l’Italia sarebbe costretta a depositare lo 0,2% del proprio Pil in via cautelare: la somma, pari circa a 3,6 miliardi, diventerebbe una sanzione in caso si continuasse a non rispettare le regole imposte. Potrebbero anche scattare multe più onerose e allo stesso tempo l’Ue potrebbe decidere di tagliare i fondi all’Italia.