Migranti, la denuncia del garante dei detenuti: “Strutture scadenti e criticità nei rimpatri”


“Scadenti condizioni materiali e igieniche delle strutture per i migranti, scarsa trasparenza e mancanza di un sistema di registrazione degli eventi critici, assenza di una procedura di reclamo per far valere violazioni”. Sono questi alcuni degli aspetti critici evidenziati nella relazione annuale che il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Mauro Palma, ha presentato oggi in Parlamento. I C.P.R. (Centri di Permanenza per i rimpatri) sono quelle strutture detentive per stranieri senza permesso di soggiorno creati dal Decreto Minniti per sostituire i Cie (Centri di identificazione ed espulsione) della legge Bossi-Fini. Ad oggi sono cinque i Cpr funzionanti (Bari, Brindisi, Caltanissetta, Roma, Torino): al loro interno, alla data del primo dicembre 2017, erano 417 le persone trattenute su una capienza effettiva di 500 posti, sebbene il progetto dell’ex ministro Marco Minniti fosse di arrivare a 1.600. Il neo ministro degli Interni Matteo Salvini ha dichiarato alcuni giorni fa che il governo intende rafforzare ed estendere questi centri, che però presentano diversi aspetti problematici secondo il Garante, già evidenziati in passato anche da molte associazioni. A un anno dalla loro creazione, si legge nella relazione “che le rinnovate espressioni di impegno a favore dell’assoluto rispetto dei diritti fondamentali sono rimaste dichiarazioni di principio, cui non ha fatto seguito un effettivo miglioramento delle condizioni di vivibilità e/o una diversa impostazione organizzativa delle strutture”. Oltre alla condizioni materiali e igieniche e ai problemi di opacità nella gestione, all’interno dei centri – come sottolinea Palma – manca del tutto il coinvolgimento della società civile e delle associazioni ed è di solito assente l’offerta di attività da far svolgere ai migranti. Nel funzionamento delle strutture inoltre viene completamente trascurata la contemporanea presenza di persone con posizioni giuridiche diverse e dalle “diverse esigenze e vulnerabilità individuali”, comprese le “difficoltà nell’accesso all’informazione”.

Nel report viene anche approfondita la questione dei rimpatri. Dal marzo dello scorso anno fino al giugno del 2018 gli inviati dell’Autorità Garante hanno monitorato 16 operazioni di rimpatrio, 13 voli charter per la Tunisia e tre per la Nigeria. Anche in questo caso sono state rilevate varie problematiche, dal “tenere anche per molte ore i polsi dei rimpatriandi legati tramite delle fascette in velcro, indiscriminatamente e in assenza di comportamenti apertamente non collaborativi”, al “non avvisare gli interessati per tempo dell’imminente rimpatrio” consentendogli così di verificare per tempo la propria situazione giuridica, avvisare gli eventuali familiari e prepararsi anche psicologicamente alla partenza. Il garante esprime poi le proprie perplessità sul rimpatrio forzato verso Paesi, come l’Egitto e la Nigeria, “che non hanno istituito un meccanismo nazionale di prevenzione della tortura”, cioè di organi di controllo indipendenti, analoghi all’Autorità italiana, previsti dal Protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altri trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti. Per quanto riguardo gli hotspot, i centri post-sbarco chiesti dall’Unione Europea (Lampedusa, Pozzallo, Taranto e Trapani), sono state condotte sette visite. Rileva Palma come questi continuino “a essere luoghi dalla natura giuridica incerta, rispondenti a differenti funzioni che ne mutano continuamente il carattere e la disciplina”. Da una parte sono i luoghi in cui avvengono le attività di primo soccorso e assistenza, ma dall’altra sono la sede delle procedure di pre-identificazione e fotosegnalamento e di avvio delle operazioni di rimpatrio. Si rischia, però, così “di generare zone d’ombra divenendo di volta in volta strutture aperte o chiuse a seconda delle esigenze dell’Autorità di pubblica sicurezza e delle procedure messe in atto”.