Martina al PD: “Datemi un anno di tregua per ricostruire il partito, Renzi dia una mano”


“Io mi proporrò segretario in assemblea con una idea: un anno di lavoro costituente per aprire una pagina nuova per il Pd, in grado di riscrivere la nostra funzione nel cuore del centrosinistra”. È questa la proposta che il segretario reggente del Partito Democratico Maurizio Martina affida al taccuino di Giovanna Vitale su La Repubblica e che verrà messa al voto dell’Assemblea Nazionale del PD, in programma sabato prossimo. Insomma, un anno ancora alla guida del PD, per poi celebrare il congresso, con l’elezione del nuovo segretario, nel 2019. Spiega Martina: “Io credo che solo così potremo rompere antichi vizi, spezzare lo sterile dibattito cristallizzato per correnti, per filiere. lo dico: le idee prima della conta. Affrontiamo le nuove domande a cui cercare risposte inedite. I prossimi mesi come un gigantesco laboratorio di idee”.
La clamorosa sconfitta alle elezioni del 4 marzo, nella sua lettura, rende necessario “capire cosa abbiamo sbagliato nel nostro rapporto con la società”, al di là dell’individuazione di capri espiatori: “Non siamo stati capaci di interpretare quel bisogno di protezione che è emerso dopo la più grave crisi economica e sociale dal dopoguerra. Abbiamo consentito ad altri di egemonizzare alcuni bisogni. È stato sconfitto tutto il nostro schieramento”. Su Renzi, che ha annunciato di voler parlare in apertura dell’Assemblea Nazionale, aggiunge: “Il Pd non è un partito padronale e io non discuto l’ordine dei lavori dell’assemblea. Penso che in questo sforzo di rielaborazione serviamo tutti se siamo al servizio di tutti. E Renzi deve darci una mano. Anche lui, come noi, deve andare oltre questi anni. La mia proposta è nel segno della collegialità, dell’unità”.

La proposta su cui lavorare, per Martina, non può prescindere dal sanare “tutte le divisioni nel campo del centrosinistra”, dunque si rivolge anche a Leu, anche nell’ottica di un allargamento del campo a “persone nuove, energie nuove”: “Quando si perde in maniera così netta la classe dirigente deve mettersi in discussione e fare autocritica […] La nostra idea di partito si è rivelata insufficiente. Anche rispetto alle sfide di un radicamento nei territori. Occorre ripensare a come si sta nelle periferie, come si organizza una presenza di prossimità, perché il Pd vince solo nelle Ztl dei centri urbani, come si riesce a costruire una presenza quotidiana dentro il bisogno”.