Nel Pd volano stracci: Renzi sta cercando di controllare ancora il partito?


A poche settimane dal congresso del Partito Democratico, indetto in seguito alle dimissioni del segretario Matteo Renzi, le tattiche di corrente si sprecano e sono ripetuti gli scontri tra esponenti di minoranza e maggioranza. Nella serata di ieri, il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha lanciato un monito a Matteo Renzi e ha sfidato l’ex segretario a farsi davvero da parte oppure a ritirare le dimissioni da segretario. Casus belli? Una riunione indetta da Matteo Renzi negli uffici della società di famiglia del capogruppo Pd al Senato Andrea Marcucci, alla presenza di Graziano Delrio e del cosiddetto “Giglio magico”, ovvero i fedelissimi Maria Elena Boschi, Luca Lotti, Francesco Bonifazi e senza il segretario reggente Maurizio Martina.

Nell’ambito del mini-vertice, stando a indiscrezioni, sarebbe stata proposta la candidatura alla segreteria Pd del neo-vicepresidente della Camera Ettore Rosato. La mossa non è affatto stata ben accolta né dalla cosiddetta minoranza dem né dalle altre correnti del partito: sia il vertice ristretto, sia la candidatura di Rosato sono state infatti percepite come una sorta di strategia per permettere a Matteo Renzi di controllare comunque il Partito Democratico, nonostante le dimissioni, mettendo dei suoi fedelissimi nei ruoli chiave della segreteria e mantenendo di fatto tutto il potere. Oltre a Rosato, il circolo renziano vorrebbe proporre anche Luca Lotti per il ruolo di vicesegretario, occupando così quasi militarmente i maggiori organi del partito con dei fedelissimi, una mossa di fatto gattopardesca.
“Renzi deve decidere: se ritiene che la colpa della sconfitta non sia sua, ma mia o dei cambiamenti climatici ritiri le dimissioni. Se invece si assume una quota significativa di responsabilità, la cui conseguenza sono le dimissioni, deve consentire a chi ha avuto l’incarico pro tempore di esercitarlo”, ha commentato il ministro Orlando, seguito da Gianni Cuperlo che ha invece dichiarato: “Alla luce della riunione che si è svolta ieri se Renzi ha cambiato idea e pensa di dover svolgere un ruolo e una funzione politica di direzione in questa comunità anche dopo il 4 marzo, ha una via primaria: ritirare le dimissioni, presentarsi all’assemblea e chiedere che si rinnovi la fiducia nella sua leadership”.


Le dichiarazioni di Orlando e Cuperlo seguite al vertice renziano hanno scatenato un vero e proprio fuoco di fila e nel partito maggioranza e minoranza si sono duramente scontrate per tutta la serata di ieri e la giornata di oggi. Su Twitter, il renziano Anzaldi ha duramente attaccato Orlando: “Orlando vorrebbe per Renzi ritiro a vita privata, come lo vorrebbero Di Maio Salvini Berlusconi Bersani. Perché la classe politica ha così paura? Davvero il leader che ha ricevuto milioni di voti a elezioni non deve avere diritto di esprimere idee e opinioni, come senatore e cittadino?”. Un tweet al vetriolo al quale è prontamente seguita la risposta del ministro della Giustizia: “Credo però che convocare 3/4 della delegazione che è andata al Quirinale senza il segretario reggente produca un messaggio ben preciso che sono certo non ti sfuggirà”.

Ma Anzaldi non è stato l’unico renziano ad attaccare la minoranza, moltissimi esponenti del Pd si sono prodigati a prendere le difese di Matteo Renzi e attaccare chi mostrava dissenso verso il tatticismo nemmeno troppo velato. La situazione a poche settimane dal congresso del Pd appare dunque parecchio agitatat e al momento sembra ufficiale la candidatura di Maurizio Martina a segretario, ma non sono ancora noti né i nomi degli sfidanti né la durata del congresso e dunque il percorso che porterà all’elezione dei nuovi vertici del partito.