Intercettazioni, al via la riforma. Orlando: “Più controlli sulla pubblica amministrazione”


Via libera del governo al decreto sulle intercettazioni, che sarà in vigore sei mesi dopo la pubblicazione, prevista per gennaio. La riforma ha fornito una regolamentazione dell’uso del software trojan, conosciuto anche come “virus di Stato”, che potrà essere installato all’interno di un dispositivo, come un pc o uno smartphone, e che ha il compito di effettuare un monitoraggio costante dell’utente da intercettare. Il monitoraggio potrà avvenire anche attivando da remoto un microfono, così da trasformare il dispositivo in un registratore vocale permanente; oppure attivando, sempre da remoto, una videocamera. Con la nuova legge poi è stato poi semplificato il ricorso all’uso di intercettazioni nelle indagini riguardanti i reati dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione. Vediamo quindi quali sono i più importanti elementi di novità.

Nella legge delega il principio seguito è stato quello di semplificare il ricorso alle intercettazioni per i reati dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione. In relazione ai reati più gravi si è pensato di estendere a questo campo le intercettazioni che sono previste normalmente per la criminalità organizzata: per questi ultimi reati, affinché il giudice autorizzi le intercettazioni, è necessario che ci siano “sufficienti” indizi (non per forza “gravi”) e che l’intercettazione sia “necessaria” (invece che “assolutamente indispensabile”) per l’attività di indagine. Per i reati ordinari si può disporre l’intercettazione per la durata di 15 giorni e poi il giudice eventualmente può rinnovare l’autorizzazione. Per i reati di criminalità organizzata invece la durata dell’intercettazione è di 40 giorni, rinnovabile di venti giorni in venti giorni. E questa disciplina è stata estesa ai reati contro la pubblica amministrazione.


L’uso dei captatori informatici da oggi può essere applicato per le indagini che riguardano i reati gravi, i reati di mafia e terrorismo. Il loro utilizzo è stato dunque delimitato: i captatori informatici nei dispositivi non potranno essere mantenuti senza nessun limite di spazio o di tempo. Saranno attivabili da remoto, quando il Pm lo ritiene necessario. Ma nell’abito di un’intercettazione in un’abitazione domestica, l’uso del captatore dovrà essere sospeso, a meno che non vi sia la certezza che proprio nel contesto domiciliare sia in corso un’attività criminosa. Il trojan è consentito quindi solo per i reati di competenza della Direzione Distrettuale Antimafia: secondo le sezioni unite della Cassazione, per i reati di criminalità organizzata, si poteva disporre l’intercettazione ambientale anche in un domicilio, senza ulteriori limitazioni. Prima non c’era dunque una distinzione tra trojan e intercettazione ambientale semplice. Ma questo ha posto un problema di tutela della privacy, proprio perché questo è uno strumento molto invasivo. Introducendo per esempio un malware in un telefono o in un pc, se il giudice non specifica in quale luogo è possibile intercettare, si rischiava di coinvolgere luoghi e persone che magari non avevano nessun collegamento con l’attività di indagine. Con questa legge, come ha spiegato l’avvocato Rinaldo Romanelli dell’UCPI (Unione Camere penali italiane), si è stabilito che il captatore informatico può essere utilizzato all’interno di casa solo “per i reati di competenza della DDA, non per un’associazione a delinquere semplice. Ma bisogna anche specificare in quali luoghi si deve attivare il trojan, elencando quali sono gli ambiti domiciliari. Da oggi comunque è più facile intercettare, anche nella pubblica amministrazione”.

Le altre novità della riforma
Lo scopo della riforma, che entrerà in vigore tra sei mesi, è stato quello di evitare che conversazioni private, e non rilevanti ai fini delle indagini, siano pubblicate dai giornali, o finiscano tra gli atti del processo.

Per questo la prima selezione delle conversazioni la farà la polizia giudiziaria che dovrà trascrivere solo le intercettazioni ritenute rilevanti. Le altre (di cui sarà indicata la durata e l’utenza intercettata) finiranno in un archivio sotto la responsabilità del pm. È la norma più criticata dall’Anm perché darebbe troppo potere e responsabilità alla polizia giudiziaria e non consentirebbe un effettivo controllo del pm sul suo operato. Il secondo punto riguarda appunto le richieste dei pm e le ordinanze dei giudici, che potranno riportare solo “i brani essenziali” delle captazioni. Non è passata la richiesta più drastica di alcune procure, accolta in una prima bozza, di eliminare i virgolettati e di sostituirli con le sintesi delle conversazioni.

L’UCPI aveva sollevato poi un’altra questione, quella dell’accesso alle intercettazioni da parte degli avvocati penalisti, che dovranno consultare in un tempo molto ristretto l’archivio delle intercettazioni (10 giorni prorogabili fino a 30), ma non potranno avere copie dei testi. E ancora un’altra novità è la possibilità per i giornalisti, di ottenere copia dell’ordinanza di custodia: per la prima volta viene sancito questo diritto una volta che l’atto sia stato reso noto alle parti. Questa norma invece sarà in vigore tra un anno.

E poi, tenendo sempre presente il diritto di cronaca, viene stabilito il carcere fino a 4 anni per chi diffonde riprese audiovisive e registrazioni di comunicazioni effettuate in maniera fraudolenta per danneggiare “la reputazione o l’immagine altrui”.

“Abbiamo un quadro più chiaro delle procedure mediante le quali vanno tolte dai fascicoli le conversazioni che non hanno rilevanza penale – ha spiegato il ministro Orlando – “e c’è un procedimento di contraddittorio per definire cosa deve andare e cosa non deve andare nei fascicoli e ci sono una serie di responsabilità in riferimento ai capi degli uffici in ordine alla custodia e alla distruzione di ciò che non è rilevante”. Secondo il ministro la riforma agevola le intercettazioni “per i reati contro la pubblica amministrazione” ma impone una serie di divieti di pubblicazione di “notizie improprie che ledono la personalità di soggetti che a volte non sono neppure coinvolti”.

“Bisognava intervenire sul testo, ma è stata posta la fiducia dal governo sul ddl, quindi non c’è stato il tempo di discutere gli emendamenti alla legge delega – ha detto il senatore Felice Casson – E per questo io, pur essendo uno dei relatori, non ho votato la fiducia, e la legge delega è andata avanti così. Quando poi il governo ha fatto il decreto legislativo in materia di intercettazioni e il testo è arrivato in commissione Giustizia in Senato, io ho fatto un parere articolato, con delle osservazioni, ma non sono state accolte. I trojan vengono utilizzati da anni, tanto è vero che su alcuni processi si erano pronunciate diverse sezioni della Corte di Cassazione. Quindi la Suprema Corte a sezioni unite è intervenuta per fornire dei paletti e delle indicazioni. Secondo quello schema sono stati pensati gli emendamenti per le correzioni, ma non c’è stata una discussione specifica, perché appunto è stata posta la fiducia. L’allarme sulla privacy e sui dati sensibili della pubblica amministrazione sono poi un’invenzione giornalistica, perché per disporre un’intercettazione non è né la polizia giudiziaria né il pm a decidere, ma la può autorizzare solo il giudice”.