Copia incolla dai tedeschi, divieto all’anonimato e consigli a Fb: così la politica “combatte” le fake news


“Stiamo lavorando con uno scienziato di fama internazionale alla creazione di un algoritmo verità, che tramite artificial intelligence riesca a capire se una notizia è falsa”. Con queste parole, Marco Carrai, fedelissimo di Matteo Renzi ha anticipato quella che potrebbe essere la “ricetta” del PD in vista dell’imminente campagna elettorale per le politiche del prossimo anno. La crociata contro le fake news, che sta raggiungendo livelli anche preoccupanti (ad esempio nell’appello a Facebook affinché ci aiuti a garantire una campagna elettorale corretta), oltre a essere un segno della difficoltà del PD di egemonizzare il dibattito pubblico, anticipa però quale sarà il tenore del dibattito pubblico nei mesi a seguire.

Ma soprattutto chiarisce che, sulla questione, i politici italiani hanno davvero le idee confuse. Dell’approssimazione con la quale sono state riportate le inchieste di BuzzFeed e del New York Times, oltre che dei tanti dubbi sui lavori dei due media statunitensi, è stato scritto a sufficienza (qualche lettura interessante qui, qui, qui e qui), ma ciò che resta è il modo in cui la politica ha immediatamente reagito. Trasformando il tema in un motivo di scontro pre-elettorale, distorcendo le evidenze portate alla luce dal lavoro giornalistico, piegando i risultati alle proprie necessità e strumentalizzando, in un senso o nell’altro, il polverone che ne è seguito. Sul tema delle “fake news”, del resto, l’imperativo è, da qualche mese a questa parte, uno solo: reagire, fare qualcosa. Il problema, semmai, è cosa. Abbiamo provato a raccogliere le tre proposte “più rilevanti” avanzate dalla politica negli ultimi mesi, e il quadro che emerge è desolante.
Il modello tedesco, che tutti copiano e che neanche funziona
La proposta di legge Zanda – Filippin sulle fake news
I senatori democratici Zanda e Filippin hanno elaborato un disegno di legge, ancora non presentato al Senato, che si propone di “dotare al più presto l’ordinamento italiano di un’attenta disciplina di contrasto alla commissione di delitti attraverso le piattaforme sociali su internet”. Il testo è stato anticipato da Repubblica e appare modellato (per usare un eufemismo) sulla legge entrata in vigore in Germania il primo ottobre del 2017.


I due senatori descrivono le fake news come “un mezzo illecito di propaganda politica da utilizzare per alterare la formazione dell’opinione pubblica in occasione di consultazioni elettorali”, ma anche come uno “strumento in mano a Stati esteri e ad interessi stranieri per influenzare in modo determinante un risultato elettorale [o in mano a] organizzazioni terroristiche che se ne sono servite per la loro propaganda, per ampliare le proprie capacità di reclutamento, oltre che le capacità logistiche dei propri aderenti”.

Il fulcro del provvedimento ruota intorno alla volontà di responsabilizzare i fornitori di servizi dei social network “con più di un milione di utenti registrati” (il limite è calibrato sulla legge tedesca, che si applica ai social con almeno due milioni di utenti registrati), in modo da “limitare fortemente la pubblicazione e la circolazione di contenuti che configurino delitti contro la persona e alcune altre gravi fattispecie di reato che potremmo definire complessivamente come delitti contro la Repubblica”. In poche parole, la nuova legge intende imporre una serie di obblighi ai gestori dei social network, che vanno dalla regolamentazione delle procedure per la gestione dei reclami alla rimozione di contenuti, dal blocco di alcuni utenti alla pubblicizzazione dei reclami e delle risposte adottate di volta in volta.

Se l’articolo 1 elenca le fattispecie di reato corrispondenti ai contenuti illeciti su cui si chiede che i social network intervengano, l’articolo 2 definisce quelle che sono le “procedure di gestione dei reclami” che andrebbero adottate. Per i proponenti i social network dovrebbero dotarsi di una “procedura efficace, trasparente e permanente per la ricezione e la trattazione delle relative denunce”, impegnandosi a rimuovere entro 24 ore i contenuti “manifestamente illeciti” ed entro 7 giorni quelli “non manifestamente illeciti”. La sanzione prevista in caso di inottemperanza varia da 500mila a 5 milioni di euro. Altre indicazioni sono previste circa la conservazione dei contenuti rimossi nel caso di controversie giudiziarie, circa le procedure di autoregolamentazione e i rapporti da rendere pubblici.

Sostanzialmente l’approccio del ddl è quello di affidare compiti di gestione e controllo ai social network, senza però chiarire fino in fondo quali siano i confini dell’intervento di rimozione e censura. Per Zanda e Filippin gli obblighi scatterebbero in presenza di “delitti” che riguardano gli articoli del codice penale: 255 (sottrazione e falsificazione di documenti concernenti la sicurezza dello Stato od altro interesse politico), 270 (promozione, costituzione e direzione di associazioni dirette a stabilire violentemente la dittatura di una classe sociale sulle altre, ovvero a sopprimere violentemente una classe sociale), 302 (istigazione a delinquere), 403 (offesa alla religione), 414 (sempre istigazione a delinquere), 416 (associazione a delinquere), 421 (pubblica intimidazione), 491 bis (falso in documento informatico), 617 ter e sexies (falsificazione o alterazione), 640 ter (alterazione di sistema informatico); a questi si aggiungono i delitti contro la persona previsti dagli articoli 595 (diffamazione), 600 (per la parte riguardante pornografia e prostituzione), 612 (minaccia e atti persecutori).

La De Girolamo contro l’anonimato online
Il 10 ottobre è invece stata presentata un’altra proposta di legge, avente come prima firmataria la deputata forzista Nunzia De Girolamo e appoggiata dall’intero gruppo di Forza Italia. Anche in questo caso si cita la legge tedesca contro le fake news, ma l’obiettivo contro cui si scaglia la parlamentare campana è l’anonimato in rete. Per De Girolamo “si rende necessaria l’introduzione di una procedura di registrazione che permetta alle autorità preposte, in caso di necessità, di ottenere il riconoscimento di un individuo sconosciuto del quale è stato evidenziato un potenziale comportamento sospetto sulla rete internet”; la registrazione “suggerita” alle piattaforme informatiche (la definizione è peraltro molto vaga) . Ma non solo, perché la legge propone di vietare l’immissione “in maniera anonima nella rete internet contenuti in qualsiasi forma, testuale, sonora, audiovisiva o informatica, comprese le banche dati”, pena una ammenda di 25mila euro. Il secondo articolo del disegno di legge prevede poi una riformulazione del diritto all’oblio, secondo la quale “i soggetti dei quali sono state pubblicate immagini o ai quali sono stati attribuiti atti, pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità possono chiedere che siano cancellati, dai siti della rete internet e dai motori di ricerca, i contenuti diffamatori o i dati personali”. La peculiarità della proposta è che lascia “all’interessato” la facoltà di decidere cosa sia da ritenersi diffamatorio o cosa, comma 5 articolo 2, sia di “pubblico interesse all’informazione”.

I limiti della proposta sono ben spiegati da Andrea Mazziotti, presidente della Commissione Affari Costituzionali, cui De Girolamo aveva chiesto di firmare la legge:

Il divieto di pubblicare contenuti sulle piattaforme digitali in forma anonima. Peccato che l’anonimato sia considerato un valore anche dalla Carta dei diritti di internet, approvata anche da Forza Italia. Intendiamoci, ci sono governi che applicano principi di questo tipo. Ad esempio la Cina…
Il diritto degli utenti di cui siano state pubblicate immagini o a cui siano stati attribuiti atti, pensieri, o affermazioni  “da essi” ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità. Avete capito bene: dagli interessati. Non oggettivamente lesivi della dignità o oggettivamente contrari a verità. Quindi se IO penso che mi stiano attribuendo una frase non vera, ho diritto a chiedere che sia rimossa (pure se è vera?).
Il vero capolavoro è l’ultimo comma della proposta di legge, in base al quale, se su un sito vengono ripubblicati dei vecchi articoli,  l’interessato che non ritenga sussistente, al momento della ripubblicazione, l’interesse pubblico all’informazione può chiederne la rimozione ai sensi del presente articolo. In pratica, decido io se sussiste o no l’interesse pubblico a rileggere un vecchio articolo.
Il ddl Gambaro contro la manipolazione dell’informazione online
Nel febbraio scorso al Senato è stato presentato un altro disegno di legge che vale la pena esaminare e che aveva come firmatari, tra gli altri, i senatori Gambaro, Mazzoni, Giro, Liuzzi, Fucksia, Bencini, Bonfrisco, Barani, Mauro, Puppato, Razzi, Conte e Buemi. Un fronte trasversale agli schieramenti politici, dunque, con esponenti di FI, PD, M5s eccetera.

Il testo presenta una considerazione niente affatto scontata, ovvero quella relativa al fatto che “le fake news ci sono sempre state, ma non sono mai circolate alla velocità di oggi”. La colpa di questo peggioramento è dei social media, tanto che ora si rende non più rinviabile un intervento legislativo per “usare gli strumenti già a disposizione nel nostro ordinamento giuridico spostando l’attenzione dal reale al virtuale perché gli attori sono sempre gli stessi”.

Anche in questo caso la proposta punta a introdurre nuove fattispecie di reato nel codice penale, con la previsione “che chiunque pubblichi o diffonda notizie false, esagerate o tendenziose che riguardino dati o fatti manifestamente infondati o non veritieri, attraverso social media o altri siti che non siano espressione di giornalismo online sia punito con l’ammenda fino a euro 5.000”, o superiore se sia ravvisabile anche il reato di diffamazione; per quelle notizie per le quali potrebbe configurarsi il sospetto di turbativa dell’ordine pubblico la sanzione può essere accompagnata dalla reclusione dino a 12 mesi. Anche in questo caso non è chiarissimo quale sia il metro da utilizzare per stabilire il confine tra critica e “condotta diffamatoria” e sembra sfuggire completamente il meccanismo di funzionamento dei social network e, in generale, dell’online. Bruno Saetta, su Repubblica, giudicava la proposta “retrograda, inadatta tecnicamente, culturalmente e giuridicamente. Un attacco alla libertà di espressione come diritto fondamentale dei cittadini. Infatti, mira palesemente a creare una netta separazione tra l’informazione professionale, quella dei giornali e della televisione. E la ‘diffusione di informazioni’ online, che così viene a essere considerata un’attività pericolosa, quindi da monitorare costantemente e reprimere”.

L’articolo 6 è comunque particolarmente rilevante, perché introduce il concetto di alfabetizzazione mediatica:

Si stabilisce che le istituzioni scolastiche, nei limiti delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente, individuino tra gli obiettivi formativi quello riguardante l’alfabetizzazione mediatica e il sostegno ai progetti di sensibilizzazione e ai programmi di formazione volti a promuovere l’uso critico dei media online, con particolare riferimento alle norme e ai meccanismi necessari a prevenire il rischio di distorsione delle informazioni o di manipolazione dell’opinione pubblica. Si stabilisce, inoltre, che nelle scuole secondarie di primo e di secondo grado siano realizzate iniziative per sostenere la formazione alla professione di giornalista e l’educazione al «giornalismo dei cittadini» allo scopo di accrescere l’alfabetizzazione mediatica e il livello critico degli studenti rispetto all’importanza della veridicità dell’informazione.

La lotta all’analfabetismo funzionale e il lavoro sulla “consapevolezza” nel processo informativo sono in effetti territori da esplorare con grande convinzione, il problema è farlo a partire dalle giuste coordinate. Che non sono quelle evidenziate dall’impianto di questa legge, che sembra non cogliere né i processi di trasmissione delle informazioni online, né i cambiamenti nell’accesso alle informazioni connessi all’utilizzo dei social network.

Il modello tedesco, che tutti copiano e che neanche funziona
Il NetzDG, noto come Facebook Law, è entrato in vigore in Germania il primo ottobre, dopo una lunga discussione e tra furiose polemiche, soprattutto da parte di giornalisti ed editori. La parte scopiazzata anche da Zanda e Filippin prevede che siano i social network (il limite minimo di utenti registrati è di 2 milioni) a rimuovere immediatamente (entro 24 ore) i contenuti “manifestamente illeciti” ed entro 7 giorni quelli illeciti. La legge prevede multe anche fino a 50 milioni di euro se le aziende non dovessero adeguarsi e commettessero ripetute violazioni delle nuove norme. I social network sono chiamati a gestire e decidere, dotandosi anche di strutture più ampie e funzionali per la moderazione e la gestione dei reclami.

È interessante notare che la legge tedesca, praticamente copiaincollata nella proposta Zanda, non inserisce nuovi articoli del codice penale e non ne modifica la struttura, ma si limita ad allinearne le condotte alla sfera online. Il problema è, come spiega Evans sulla BBC, “costringere” le piattaforme a vietare una serie di discorsi e comportamenti consentiti in altri Paesi. Ma non solo, perché il limite temporale molto stringente, impedisce una seria valutazione dei contenuti. “Con queste scadenze di 24 ore e sette giorni, se sei un’azienda, eviterai multe e brutti marchi pubblici della tua piattaforma. Se c’è un reclamo su un post, lo cancelli e basta”, spiegava David Kaye relatore speciale alle Nazioni Unite, paventando la possibilità che le eliminazioni arbitrarie e frettolose aumentino, a danno della trasparenza e dell’ecologia del sistema nel suo complesso.

Come spiegava Lettera 43, Facebook aveva risposto “con una collaborazione con alcuni network di giornalisti investigativi; fra questi, il gruppo Correctiv ha ricevuto lo specifico incarico di smascherare le bufale riguardanti le elezioni di fine settembre e di segnalarle ai responsabili del social in vista di una loro pronta rimozione. Per il momento, i risultati sono in chiaroscuro: Facebook, infatti, si riserva il diritto di riesaminare le storie bollate come “fake” dal collettivo investigativo. Non è quindi detto che il suggerimento venga accolto né è chiaro quali criteri guidino la decisione in merito alla rimozione”.