Perché l’Italia non è ancora stata colpita da attentati terroristici?


In molti si pongono la stessa identica domanda: per quale motivo l’Italia fino a oggi è stata risparmiata dagli attacchi terroristici che stanno invece colpendo svariati Paesi europei? Il The Guardian, con un’analisi pubblicata lo scorso 23 giugno, ha provato a rispondere a questa domanda, interpellando esperti e ripercorrendo la storia recente del Belpaese. L’articolo si apre con un esempio di recente contrasto al terrorismo messo in atto dall’Italia: Youssef Zaghba, 22enne cittadino italiano di origini marocchine identificato come uno dei tre attentatori del London Bridge, controllato a vista dalle forze dell’ordine: “Ogni volta che Youssef Zaghba atterrava a Bologna, c’era qualcuno che lo aspettava in aeroporto. Non era un segreto in Italia che il 22enne fosse sottoposto a stretta sorveglianza”. “Venivano a parlargli in aeroporto. Poi, durante il suo soggiorno, ufficiali di polizia venivano un paio di volte al giorno a controllare. Erano amichevoli con lui. Gli dicevano: ‘Hey, figliolo, dimmi cosa hai fatto ultimamente. Cosa ti sta succedendo? Come stai?'”, ha raccontato la madre di Youssef, Valeria Collina, al The Guardian. Franco Gabrielli, il capo della polizia italiana, dopo gli attentati al London Bridge ha rivelato di aver allertato l’Italia riguarda Zaghba, ma Scotland Yard ha replicato che Zaghba “non era un soggetto attenzionato né dall’MI5 né dalla polizia”.

Secondo il prestigioso quotidiano britannico, le ragioni di questa sorta di immunità derivano da una serie di fattori, tra cui ad esempio l’esperienza che l’Italia ha maturato nel corso dei cosiddetti “anni di piombo”, gli anni in cui il Paese è stato lacerato da numerosissimi attentati terroristici di stampo politico: “Abbiamo imparato una lezione molto dura durante i nostri anni di terrorismo. Da quegli anni abbiamo capito quanto sia importante mantenere un dialogo costante a livello operativo tra l’intelligence e le forze dell’ordine. La prevenzione è la chiave di un controterrorismo efficace”, ha spiegato Giampiero Massolo, direttore generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) dal 2012 al 2016, al quotidiano britannico.


Certamente, però, non è solo l’esperienza maturata dalle forze dell’ordine nel corso degli anni ’70 e ’80 ad aver finora salvato il Paese dagli attentati di matrice islamica, sul piatto della bilancia infatti pesa anche la conformazione odierna dell’Italia, del tutto differente da quella che belga o francese: “Un’altra caratteristica è avere un buon controllo del territorio. Da questo punto di vista, l’assenza di luoghi paragonabili alle banlieu parigine nelle grandi città italiane e la predominanza di città medio-piccole rende più facile il monitoraggio della situazione”, ha spiegato Massolo. Dunque, secondo gli esperti interpellati dal The Guardian, queste sarebbe le due ragioni predominanti, ma non solo. Anche a livello demografico, l’Italia a differenza di altri Paesi europei “non ha una consistente popolazione di immigranti di seconda generazione che sono stati radicalizzati o che potrebbero esserlo”, spiega Francesca Galli, esperta di politiche di antiterrorismo.

In sostanza, in assenza di italiani di seconda e terza generazione che potrebbero essere suscettibili alla martellante propaganda del sedicente Stato Islamico, le autorità italiane possono focalizzare le indagini sui soggetti che non hanno la cittadinanza, “persone che quindi possono essere espulse dal territorio al primo segnale di pericolo”, spiega Arturo Varvelli, ricercatore ed esperto di terrorismo dell’Ispi.

Secondo gli esperti, inoltre, anche l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche ridurrebbe il rischio terrorismo. In Italia, infatti, a differenza del Regno Unito, le intercettazioni possono essere usate come prove nei processi e – in casi collegati a mafia e terrorismo – possono essere ottenute sulla base di attività sospette e non di prove solide. “L’infiltrazione e la distruzione delle reti terroristiche richiede la rottura di relazioni sociali e persino familiari molto strette, proprio come nella lotta a Camorra, Cosa Nostra e ‘Ndrangheta. Le persone sospettate di jihadismo sono incoraggiate a dissociarsi dal gruppo e cooperare con le autorità italiane, che utilizzano i permessi di residenza e altri incentivi. Allo stesso tempo c’è la consapevolezza della pericolosità di tenere in carcere i sospetti terroristi, dal momento in cui la prigione è vista come un territorio particolarmente fertile per il reclutamento e la radicalizzazione. Abbiamo una certa esperienza nel fronteggiare i network criminali e abbiamo molti agenti sotto copertura che fanno un grande lavoro di intercettazione delle comunicazioni”, spiega Francesca Galli.