Reddito d’inclusione, “Manca equità, le famiglie del Nord hanno spese maggiori di quelle del Sud”


Il Reddito di inclusione (Rei), la misura nazionale strutturale di contrasto alla povertà, toccherà solo 1 povero su 3, in tutto 1,8 milioni di persone. Un primo passo, ma ci vorrebbero 7 miliardi da stanziare nella legge di Bilancio per raggiungere tutta la platea delle persone in difficoltà, ampliando la copertura disponibile, al momento 2 miliardi. Il parere delle commissioni Lavoro e Affari sociali sul decreto attuativo della legge delega potrebbe arrivare entro giovedì 3 agosto. Non si tratta di una misura meramente assistenziale, ma mira piuttosto a condurre i destinatari del provvedimento verso un’autonomia economica, mediante percorsi di inclusione sociale, potenziando anche la rete del welfare locale. Affinché un individuo non cada nella cosiddetta “trappola della povertà”, cioè quella condizione esistenziale che genera una paralisi, e che si verifica quando si percepisce un sussidio ma contestualmente si smette di cercare un impiego.

Ne beneficeranno, da subito, i nuclei familiari (con un reddito ISEE non superiore a 6mila euro) composti da almeno un figlio minorenne o disabile, donne in stato di gravidanza o disoccupati ultracinquantenni. A quanto ammonterà il beneficio economico? La somma erogata andrà da circa 190 euro mensili per una persona sola, fino a quasi 490 per una famiglia di 5 persone. Il decreto è il prodotto di un’attività di concerto tra il Governo e Alleanza contro la povertà, una realtà che comprende 39 organizzazioni, confluito in un memorandum firmato ad aprile. È la prima volta che il governo sigla un accordo con dei soggetti che sono espressione diretta della società civile.


Durante l’audizione che si è svolta lo scorso 27 luglio alla Camera, l’Istat ha evidenziato però una criticità: in particolare sull’assenza di una differenziazione tra Nord e Sud nella definizione di una soglia di povertà. Nel 2016 le famiglie che hanno vissuto in condizioni di povertà assoluta sono 1 milione e 619mila, cioè il 6,3% delle famiglie residenti. Negli ultimi 4 anni l’incidenza di povertà assoluta è rimasta stabile (6,0%). Ma se confrontiamo le cifre relative alle regioni del Nord, del Centro e del Sud emergono delle differenze. Al Centro infatti nel 2016 si registra un incremento rispetto all’anno precedente (5,9% da 4,2%), mentre l’area più critica rimane il Sud (8,5%). I dati dell’Istat infatti tengono conto del fattore territoriale nel calcolo del costo della vita. Le soglie per individuare i beneficiari del Rei invece sono definite solo su base nazionale.

Sul metodo contestato dall’Istat risponde la relatrice del decreto legislativo per la Commissione Affari sociali Ileana Piazzoni (Pd): “Questo è un decreto delegato, ci sono cose che non possono essere modificate, uno squilibrio tra le diverse aree del Paese rimarrà. Ma noi abbiamo inserito il calcolo del reddito realmente disponibile, che viene conteggiato con l’indicatore della situazione reddituale, cioè l’Isr, che contempla anche la detrazione dell’affitto delle case. L’affitto è infatti l’elemento di maggiore differenza tra le aree metropolitane e le aree di campagna, e che quindi mitiga le differenze territoriali tra Nord e Sud. Sarebbe difficile, oltre che troppo dispendioso, differenziare la soglia zona per zona”.

“Il problema di disparità segnalato dall’Istat esiste, la questione degli affitti risolve solo marginalmente il problema”- ha spiegato l’ex ministro del Lavoro Enrico Giovannini, raggiunto al telefono da Fanpage.it – “Le differenze di povertà assoluta nelle diverse aree territoriali sono significative: la composizione della spesa è diversa, così come i livelli dei prezzi sono diversi. Servirebbe un calcolo della soglia di povertà tenendo conto di dati disaggregati, area per area (per esempio al Centro, al Nord e al Sud). Ma L’idea iniziale del vecchio Sia (il Sostegno per l’inclusione attiva) era che in cambio del “patto” tra le persone e lo Stato, le famiglie venissero innalzate alla soglia di povertà, qualunque fosse la loro condizione di partenza, in cambio a esempio dell’impegno attivo nella ricerca di un lavoro. Quindi l’erogazione sarebbe stata diversa, caso per caso. Con il Rei, visti i limiti delle risorse, invece ogni persona avrà una cifra fissa. Ma in questo modo il contributo per esempio sarà più vantaggioso per chi abita al Sud rispetto a chi abita al Nord, dove il livello dei prezzi è più alto. Anche se chi sta al Sud ha un reddito più basso, rispetto alla soglia di povertà, e questo garantirebbe qualche elemento di compensazione. Il vero problema quindi è il differenziale del livello dei prezzi. Un’erogazione variabile in funzione della distanza dalla soglia di povertà avrebbe garantito una maggiore equità”.

Il Rei entrerà in vigore da gennaio 2018, e sarà possibile richiederlo già dal 1 dicembre 2017.