Cos’è il lavoro di cittadinanza, “l’alternativa renziana” al reddito di cittadinanza del M5s


“Garantire uno stipendio a tutti non risponde all’articolo 1 della nostra Costituzione che parla di lavoro non di stipendio. Il lavoro non è solo stipendio, ma anche dignità. II reddito di cittadinanza nega il primo articolo della nostra Costituzione, serve un lavoro di cittadinanza […] Non voglio fare l’ottimista per forza, dico solo che ci sono grandi opportunità che si possono cogliere cambiando il concetto di lavoro come sinora lo abbiamo interpretato, perché non credo ai profeti di una società senza lavoro, alla jobless society, tantomeno a coloro che si rassegnano proponendo una rendita, come il reddito di cittadinanza, che dà ai giovani un messaggio sbagliato di ripiegamento su se stessi”.

Con queste parole, affidate al taccuino di Marco Conti per Il Messaggero, Matteo Renzi ha introdotto il tema del “lavoro di cittadinanza”, di cui si sta facendo un gran parlare in queste ore. Cosa intenda Renzi, per la verità, non è chiarissimo, ma la questione è, come vedremo, centrale e merita qualche considerazione in più. Anche alla luce del vigore con il quale il MoVimento 5 Stelle sta rilanciando la proposta di reddito di cittadinanza, della quale vi abbiamo parlato diffusamente qui. È evidente che gli approcci siano diversi, mentre non è così scontato che siano radicalmente alternativi. Renzi insiste sulla creazione di lavoro “anche” direttamente affidata allo Stato (una questione molto dibattuta e recentemente alla base di una proposta di Sel: “Tramite un’agenzia per l’occupazione, declinata in vari centri a livello degli enti locali, lo Stato dovrebbe assumere direttamente disoccupati e precari, impiegandoli nei molti lavori ad alta intensità di lavoro – anche qualificato – di cui il nostro Paese ha bisogno”). Il M5s punta sul sostegno al reddito e non necessariamente al lavoro, immaginando che solo un sussidio diretto (per quanto condizionato a fattori reddituali e alla “ricerca” di un posto di lavoro) possa garantire un paracadute per le famiglie in condizioni di grave deprivazione materiale. Le due forza politiche sembrano però concordare sulla necessità di strumenti integrativi da parte dello Stato e non è da escludere una qualche forma “ibrida”, che tenga dentro il sostegno al reddito e il percorso di inclusione (o re-inclusione) nel mercato del lavoro.


Una questione complessa, che ha bisogno prima di tutto di qualche considerazione preliminare non c’è al momento una proposta organica di “lavoro di cittadinanza” presentata dal Partito Democratico; quello che il MoVimento 5 Stelle chiama reddito di cittadinanza in realtà non è un reddito di cittadinanza.

Il reddito di cittadinanza è “un programma di contrasto alla povertà di tipo universalistico in cui la concessione del sussidio non è subordinata a un accertamento delle condizioni economiche e patrimoniali dell’individuo” (fonte); ovvero è una forma di sostegno “indipendente” dal reddito individuale e dalla condizione lavorativa, cui si ha diritto solo in quanto “cittadini”. Quello proposto dal MoVimento 5 Stelle è invece una specie di reddito minimo garantito (“un programma universale e selettivo al tempo stesso, nel senso che è basato su regole uguali per tutti, che subordinano la concessione del sussidio ad accertamenti su reddito e patrimonio di chi lo domanda”), con una “integrazione” in grado di garantire ai beneficiari un reddito annuo netto pari a 9360 euro, dunque con un assegno mensile di 780 euro o di una cifra integrativa, nel caso in cui il beneficiario (quale unico componente di nucleo familiare) abbia già un reddito.

Un po’ più complicato è capire cosa intenda Renzi per “lavoro di cittadinanza”. Il segretario del Partito Democratico sembra porlo in contrapposizione con il reddito di cittadinanza, insistendo sul concetto del “reddito da lavoro”, come necessaria risposta alla crisi economica in cui versano sempre più italiani. In una lettura di questo tipo, più che di diritto al reddito si parla di diritto al lavoro, considerando fondamentale l’apporto che il singolo cittadino può dare alla collettività, in cambio del quale ottenere i mezzi per sostenersi. È una questione molto dibattuta, anche a sinistra, soprattutto in relazione agli “annunciati sconvolgimenti” che saranno determinati dall’esplosione dell’automazione nel mercato del lavoro. In sostanza, di fronte al rischio di un’ulteriore impennata della disoccupazione, come si pensa di sostenere il reddito delle famiglie ed evitare una profonda crisi sociale?

La suggestione renziana sembra muoversi in continuità con l’operato del suo Governo e, slogan a parte, probabilmente non si tratta né più né meno che della implementazione delle misure contenute nella legge delega sulla povertà, sulla quale Renzi e Poletti intendevano scommettere prima della batosta referendaria, unitamente alla “piena attuazione” degli istituti previsti dal Jobs Act.

Le politiche attive, nella forma dell’aiuto al reinserimento nel mondo del lavoro per coloro i quali non hanno (più) diritto agli ammortizzatori sociali, sono, o meglio, dovrebbero essere, in carico all’Anpal, l’Agenzia nazionale per le politiche attive sul lavoro, ridisegnata con i decreti attuativi del Jobs Act. Come ricostruisce Chiara Brusini sul Fatto, l’Agenzia avrebbe dovuto:

“coordinare le politiche in materia, sulla base di linee di indirizzo e livelli minimi di prestazioni da garantire sull’intero territorio nazionale stabilite dal ministero del Lavoro. La nuova architettura ha però un difetto di origine: l’esecutivo guidato dal segretario uscente del Pd l’ha costruita partendo dal presupposto che passasse la riforma costituzionale Renzi-Boschi, in base alla quale l’assistenza nella ricerca di un’occupazione sarebbe diventata competenza esclusiva dello Stato. […] A metà febbraio, con due mesi di ritardo sulla tabella di marcia, l’agenzia ha scritto ai primi 25mila disoccupati titolari di Naspi da almeno quattro mesi che sperimenteranno il nuovo assegno di ricollocazione: una somma da 250 a 5mila euro che verrà pagata al Centro per l’impiego o all’agenzia per il lavoro privata che riesce a trovargli un’occupazione. La cifra effettiva dipenderà dal suo “livello di occupabilità” e dalla tipologia di contratto: arriverà a 5mila euro se si tratta di un disoccupato poco appetibile per età o competenze e l’ente gli trova un posto a tempo indeterminato, si fermerà a 250 euro per i contratti a termine di durata inferiore ai 6 mesi (opzione prevista solo se il disoccupato risiede in Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia)

Di sostegno all’inclusione attiva si parla però anche nella legge delega sulla povertà, che è una delle architravi del progetto renziano ed è in via di definitiva approvazione al Senato proprio in questi giorni.

Sostanzialmente la base è quella del “reddito minimo di inclusione” (o Rei), ovvero “una misura nazionale di contrasto alla povertà, individuata come livello essenziale delle prestazioni da garantire su tutto il territorio nazionale, basata sul principio dell’inclusione attiva”. Come ebbe modo di spiegare la relatrice per la maggioranza Anna Giacobbe, si tratta della “prima forma strutturale di reddito minimo per la popolazione in età lavorativa che non abbia mezzi per condurre un livello di vita dignitoso, non sperimentale o limitata a qualche zona con carattere universale e, ovviamente, sottoposta alla prova dei mezzi”. Inizialmente, anche per una questione di coperture economiche, il reddito minimo di inclusione era pensato per essere riservato “alle famiglie con minori o con gravi disabilità o con donne in stato di gravidanza, mettendo al centro il contrasto alla povertà infantile come dramma nel dramma e dai nuclei in cui ci siano disoccupati con oltre 55 anni di età, la cui attivazione e ricollocazione lavorativa è, obiettivamente, più difficile”. Insomma, una serie di limitazioni e di griglie per aver diritto a un assegno e alla “presa in carico” da parte delle istituzioni, più che una versione riveduta e corretta degli Lsu, ad esempio (ovvero i lavori socialmente utili, brevi contrattualizzazioni per lo svolgimento di lavori utili per la collettività).

Per quest’anno le risorse stanziate sono di circa 1,6 miliardi di euro, una cifra che non consente margini di manovra tali da legittimare entusiasmi e speculazioni politiche. Qui avemmo modo di fare qualche calcolo, definendo in poco meno di 400 euro il sostegno mensile a pieno regime:

La cifra, secondo una prima stima fatta da Poletti, considerando le risorse a regime, dovrebbe essere di circa 320 euro mensili. La stima si basa sull’importo dell’assegno medio erogato alle circa 27mila persone che hanno beneficiato del SIA nella sua fase di sperimentazione (334 euro mensili), ma non tiene conto dell’enorme scarto che, nel caso in esame, si è verificato tra i beneficiari effettivi e i beneficiari potenziali. Per dirla in parole povere: il rischio è che il numero degli aventi diritto sia tale da limare verso il basso la portata dell’assegno o, in alternativa, da escludere un numero considerevole di aventi diritto.

Una stima diversa arriva dalla deputata Martelli, relatrice di minoranza in XI Commissione: “L’insufficienza delle risorse stanziate, se rapportate a 1.470.000 famiglie in povertà assoluta rilevata dall’Istat, ci restituiscono un intervento di 680 euro all’anno per ogni beneficiario, circa 56 euro al mese, per persone in povertà assoluta. Di fatto le scarse risorse destinate al contrasto alla povertà diventa di per sé un fattore di selezione”.

La differenza è data dal fatto che il provvedimento nasce come misura di carattere universalistico, ma in realtà, data la scarsità delle risorse, è per ora di tipo selettivo. Per la deputata della maggioranza Piazzoni, comunque, tale vulnus sarà superato dall’aumento delle risorse del Fondo, ma il provvedimento si colloca già ora nel solco dell’introduzione obbligatoria di una misura di reddito minimo in tutti i Paesi.

Di queste risorse ulteriori, al momento non c’è traccia. La Stampa spiega come ampliare la dotazione del fondo potrebbe essere il primo passo verso la trasformazione del SIA in un vero e proprio reddito di inserimento, come sembra suggerire la proposta renziana: “Una delle idee allo studio prevede di restituire ai lavoratori lo 0,3 per cento che oggi viene trattenuto dall’azienda per i corsi di formazione professionale: quei soldi alimenteranno un fondo «aggiornamento professionale» che ciascun lavoratore dipendente potrà spendere come crede”.

Per ora, insomma, non resta che aspettare.

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