A che punto è la legge sulla cannabis e perché è giusto approvarla


Pochi giorni fa a Lavagna, in provincia di Genova, un ragazzo di sedici anni si è suicidato lanciandosi dal balcone della sua casa al terzo piano davanti agli occhi della madre. Nell’abitazione era in corso una perquisizione della Guardia di Finanza, arrivata dopo aver trovato una decina di grammi di hashish nelle tasche del sedicenne durante un controllo avvenuto la mattina, a scuola. Da quel momento il dibattito sulla legalizzazione della cannabis nel nostro paese si è riacceso.

Tra gli appelli di chi spinge per l’abbandono del proibizionismo e l’emanazione di una legge sulla legalizzazione, uno dei più condivisi è stato quello di Roberto Saviano: “Ha più senso tracciare il fumo prima che arrivi nelle mani dei sedicenni o ha più senso punire il sedicenne consumatore? (…) Il fumo che si spaccia davanti alle scuole, nelle discoteche, negli stadi e ovunque ci siano ragazzi è fornito dai cartelli criminali. Il problema sono loro o sono gli studenti che fumano? (…) Si parte dal piccolo spacciatore per rimanere al piccolo spacciatore o al consumatore. Per smantellare piazze di spaccio si rischia di lavorare a vuoto per mesi. E invece ci vogliono fatti concreti, bisogna fare numero, fermi, droga perquisita, grammi su grammi da comunicare nei dati che a fine anno verranno pubblicati affinché l’opinione pubblica si convinca che le forze dell’ordine fanno il loro lavoro”, ha scritto su Repubblica. Anche i Radicali italiani si sono esposti, chiedendo ai parlamentari di non “voltarsi dall’altra parte davanti alle tantissime vite rovinate dalla follia proibizionista. Vite di giovani e giovanissimi, come il sedicenne di Lavagna, che l’ideologia proibizionista non ha mai messo al riparo dal consumo di droghe, ma solo umiliato e criminalizzato”.


Lo scorso 25 luglio il disegno di legge sulla legalizzazione della cannabis proposto dall’intergruppo parlamentare guidato da Benedetto della Vedova e firmato da oltre duecento deputati e senatori è arrivato in Aula alla Camera. Dopo una discussione in un’Aula semivuota – una trentina i deputati presenti – però, si è deciso per il rinvio a settembre all’esame delle commissioni Giustizia e Affari sociali della Camera. Un ritorno in commissione che era stato definito “necessario” per l’esame degli emendamenti. Sostanzialmente, si può dire che da qual momento in poi il ddl è finito nel cassetto. “C’è un problema centrale, che si chiama Pd: in molti hanno firmato, ma il partito finora non si è attivato. Io ci spero ancora, ma finora lo schema è quello di tutti i temi sensibili: continuiamo a navigare in un altro mondo”, ha dichiarato amaramente il relatore Daniele Farina.

La proposta di legge disciplina l’autocoltivazione, il possesso, la vendita e l’uso della cannabis. Viene fissato per le persone maggiorenni il limite della coltivazione di massimo cinque piantine, per cui non sarà necessaria un’autorizzazione, ma solo una comunicazione all’ufficio regionale dei monopoli di Stato. Una comunicazione simile va fatta in caso di coltivazione in “forma associata”. Per quanto riguarda, invece, la detenzione personale, questa è consentita ai maggiorenni in misura non superiore a cinque grammi lordi – che diventano quindici “nel privato domicilio”. In caso di prescrizione medica sarà consentita la detenzione di quantità maggiori – ma farà fede il documento rilasciato dal medico. Secondo il disegno, la cessione gratuita a terzi di piccoli quantitativi di cannabis e prodotti derivati a consumo personale non è punibile – salvo che il destinatario sia persona minore o manifestamente inferma di mente – mentre chiunque “per farne uso personale, illecitamente importa, esporta, acquista, coltiva, riceve a qualsiasi titolo o comunque detiene sostanze in violazione dei limiti e delle modalità previste, è sottoposto, se persona maggiorenne, alla sanzione amministrativa pecuniaria del pagamento di una somma da euro 100 a euro 1.000, in proporzione alla gravità della violazione commessa”. Essendo la coltivazione, preparazione di prodotti derivati e vendita della cannabis soggette a monopolio di Stato, serviranno delle autorizzazioni particolari dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli per la vendita al dettaglio a maggiorenni, “in esercizi commerciali destinati esclusivamente a tale attività”. Per quanto riguarda, invece, la produzione farmaceutica, si avrà un regime semplificato. Infine, nella proposta è previsto che il 5% dei ricavi per lo Stato sia destinata al Fondo nazionale per la lotta alle droghe; mentre le sanzioni amministrative relative alla violazione delle modalità previste per la coltivazione e detenzione di cannabis saranno interamente destinate a interventi informativi, educativi, preventivi, curativi e riabilitativi realizzati dalle istituzioni scolastiche e sanitarie per consumatori di droghe e tossicodipendenti.

Nonostante sia stata molti considerata una legislazione piuttosto “tiepida”, la proposta è comunque un primo passo. Che però, allo stato attuale, rischia di restare lettera morta. E invece sarebbe il momento anche per l’Italia di approvare una legge sulla cannabis.

Il contesto
Nel nostro paese, stando a quanto diffuso dal dipartimento delle Politiche antidroga del Parlamento, il 32% della popolazione ha fatto uso di cannabis almeno una volta nella vita, poco più di 12 milioni e mezzo di persone. Secondo l’Istat ogni anno si spendono 2 miliardi e mezzo di euro in prodotti derivati dalla cannabis. Ad oggi l’uso personale di droghe leggere è soggetto a sanzioni amministrative. La legge in vigore è la Iervolino – Vassalli del 1990, tornata nel 2014 dopo che la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale la legge Fini – Giovanardi. Quest’ultima – in vigore dal 2006 al 2014 – aveva cancellato la differenza tra droghe leggere e pesanti, abbassato le quantità massime per uso personale e alzato le pene per chi veniva accusato di spaccio (reclusione da sei a venti anni; da uno a sei in caso di lieve entità). Con la Iervolino – Vassalli è tornata la distinzione tra leggere e pesanti; le quantità massime per uso personale sono di cinquecento milligrammi di principio attivo (cinque grammi di cannabis) oltre i quali ci sono sanzioni amministrative. Chi detiene droghe leggere a fini di spaccio è punito con la reclusione da due a sei anni (da sei mesi a quattro anni in caso di lieve entità).

In Italia la “Guerra alla droga” ha riguardato per lo più i consumatori di cannabis. Dall’entrata in vigore della Iervolino-Vassalli sono centinaia di migliaia le persone finite nel circuito della giustizia penale, nei tribunali e nelle carceri. Secondo l’ultimo Libro Bianco sulle droghe, nel 2015 un detenuto su quattro è entrato in cella per imputazioni o condanne basate sull’articolo 73 del Testo unico sulle sostanze stupefacenti (detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti). Il numero di incarcerazioni per questo reato supera di gran lunga il dato relativo all’articolo 74 (associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti). Ciò significa che ad essere colpiti, più che i grandi gruppi criminali, sono i pesci piccoli, i consumatori e in particolare tutto ciò che ruota attorno alla cannabis, che è la sostanza maggiormente reperibile nelle strade. Delle 10.751 operazioni di polizia in materia di stupefacenti portate avanti lo scorso anno, il 56,31% del totale, più della metà, riguardano cannabinoidi.

Questo dato, si legge nel Libro Bianco, “testimonia l’orientamento repressivo della legge rivolto verso i ‘pesci piccoli’, piuttosto che verso le associazioni criminali. Anzi, si può dire che in un certo senso le favorisca, ripulendo il mercato da tutti i possibili competitor meno esperti e mantenendo dunque una situazione di oligopolio che tiene alti i prezzi”. Nel frattempo, come riporta la Relazione annuale al Parlamento su droga e dipendenze, tra il 2008 e il 2013 sono stati spesi circa 180 milioni di euro l’anno per attività di lotta alla droga. Il 44,6% della spesa del 2013 è stato utilizzato nel contrasto di produzione e vendita della cannabis.

Dall’altro lato, i cartelli della droga e la criminalità sono stati gli unici a guadagnare da questa situazione. Uno studio di Transcrime mostra come i ricavi in Ue delle organizzazioni criminali dal mercato della droga ammontino a circa 27,7 miliardi di euro, dei quali 6,7 sono riferibili alla cannabis. Soldi che nel nostro paese finiscono nelle tasche delle mafie. Come riporta il sito di Non Me la Spacci Giusta, tra l’altro, “avere un dato certo sui ricavi delle mafie, tuttavia, è praticamente impossibile, tanto che, se lo studio di Transcrime rileva i ricavi dal mercato nero italiano intorno ai 3 miliardi di euro per la sola cannabis (dati riferiti al 2008), altri studi danno numeri anche molto diversi, arrivando fino ai 9,5 miliardi di euro” e persino nell’ipotesi meno negativa “questi numeri collocano l’Italia al secondo posto in Europa dopo la Gran Bretagna (5 milioni di euro contro i 5,3 inglesi) per ammontare annuale del guadagno per la criminalità organizzata”.

Insomma, non sembrano esserci stati grandi risultati. Del resto, secondo un sondaggio Ipsos, il 51% degli intervistati giudica le leggi che impediscono la diffusione e il consumo delle droghe leggere e dei derivati della cannabis “poco efficaci”.

Gli effetti della legalizzazione
Il primo effetto di una legge sulla legalizzazione della cannabis sarebbe quello di svuotare le carceri – con conseguenze anche economiche, considerato che il costo per quanto riguarda i reati di droga è di 1 miliardo e mezzo. Stando a uno studio di Mario Centorrino, Pietro David e Ferdinando Ofria su LaVoce.info “l’erario risparmierebbe circa due miliardi all’anno di spese per l’applicazione della normativa proibizionista (polizia, magistratura, carceri)”. Secondo la Direzione nazionale antimafia, la legalizzazione “se correttamente attuata, potrebbe portare ad una rilevante liberazione di risorse umane e finanziarie in diversi comparti della Pubblica Amministrazione (FFOO, Polizia Penitenziaria, funzionari di Prefettura, ecc.)”. Senza contare che si alleggerirebbe il lavoro dei tribunali – notoriamente in sovraccarico e per questo rallentati.

Anche dal punto di vista economico le conseguenze non sarebbero marginali. Secondo uno studio di due docenti dell’università di Messina, nel caso in cui la cannabis fosse legalizzata il guadagno per l’Italia sarebbe tra 8,5 e 5,8 miliardi di euro, “dei quali 574,7mila euro di risparmi di spesa per la repressione del fenomeno (verosimilmente sottostimati) e 5,3 – 7,9 miliardi di possibile gettito fiscale”.

Un’altra conseguenza sarebbe sul mercato criminale, con un colpo non indifferente al giro d’affari. Sempre la Direzione nazionale antimafia afferma che dalla legalizzazione scaturirebbe “una perdita secca di importanti risorse finanziarie, per le mafie e per il sottobosco criminale che, ad oggi, hanno il monopolio del traffico” e il “prosciugamento, in una più ampia prospettiva di legalizzazione a livello europeo, di risorse economiche e finanziarie per il terrorismo integralista che controlla la produzione Afghana di cannabis”. In conclusione, per la Dna, si tratterebbe di “un vero rilancio dell’azione strategica di contrasto, che deve mirare ad incidere sugli aspetti (davvero intollerabili) di aggressione e minaccia che il narcotraffico porta sia alla salute pubblica (attraverso la diffusione di droghe pesanti e sintetiche) che all’economia e alla libera concorrenza (attraverso il riciclaggio)”.

Nonostante tutti questi aspetti, ci sono ancora parecchie resistenze a livello politico, poggiate soprattutto su basi ideologiche. Eppure, basterebbe iniziare a parlarne seriamente.