Cambiano le visite fiscali per la Pa: possibili controlli ripetuti e diverse fasce orarie


Verifiche mirate e accertamenti più efficaci sulla questione “malattia” dei lavoratori. Nel decreto Madia sarà sancito un polo unico della medicina fiscale in capo all’Inps, che competente sia per gli statali e che per i privati. Cambia quindi, il meccanismo che ha visto fino a questo momento per i dipendenti pubblici attive le Asl. Nel provvedimento che attua la riforma della Pubblica amministrazione, è previsto che risorse e competenze siano trasferite all’Inps (e potrebbe anche esserci un piccolo potenziamento delle disponibilità); e vengono introdotti nuovi criteri attraverso cui svolgere gli accertamenti sulle malattie.

Tra questi, anche la possibilità di tornare a controllare, con verifiche ripetute. Le fasce orarie di reperibilità, in cui farsi trovare a casa, dovranno essere armonizzate. Ora come ora sono quattro per il privato e sette per il pubblico.


L’obiettivo del provvedimento è di fornire controlli mirati e più efficaci, cercando anche di rendere la materia più “ordinata”. Ad esempio, con i rinnovi contrattuali, si potrebbe intervenire su alcune modalità di fruizione dei permessi, come quelli della legge 104 del 1992, rivedendo le regole sui preavvisi. In ogni caso sarà assicurata continuità professionale ai 1.300 medici inseriti nelle liste speciali per le visite fiscali, con un rafforzamento del regime di convenzione per i ‘camici bianchi’ deputati agli accertamenti, così da garantire maggiore specializzazione e l’attività in via esclusiva.

Secondo l’elaborazione effettuata da Adnkronos sui dati contenuti nelle pubblicazioni del ministero dell’Economia, la spesa complessiva dello Stato, in sette anni, è passata da 524 miliardi di euro del 2008 a 600,3 miliardi del 2015 (+14,5%). Il consistente taglio delle uscite regionali, che è passato da 274,5 miliardi a 259,7 miliardi (-5,4%), è stato più che compensato da enti e fondi, dall’Inps a palazzo Chigi, che hanno fatto lievitare il totale di 76,3 miliardi. A lievitare sono state le quote elargite a enti e fondi, che sono passate da 137,9 miliardi a 199,5 miliardi (+44,7%), a cui bisogna sommare la spesa definita ‘non regionalizzabile’ che da 111,6 miliardi è salita a 141 miliardi (+26,3%).