Referendum costituzionale e costi della politica: quanto si risparmia davvero?


Uno dei principali argomenti dei sostenitori del Sì al referendum costituzionale del 4 dicembre è che nel caso passasse la riforma ci sarebbe un notevole risparmio sui costi della politica. Ma di quanto stiamo parlando esattamente? Il professor Roberto Perotti su LaVoce.info ha elaborato una stima secondo cui il risparmio per il contribuente sarebbe intorno ai 140 milioni in due anni dopo l’entrata in vigore della riforma, mentre sarebbe di 160 milioni una volta entrata a regime. Si tratta, comunque – viene precisato nell’articolo – di stime “soggette ad un ampio margine di incertezza”, poiché la previsione di alcuni risparmi si basa “su un’interpretazione favorevole di alcuni passaggi ambigui nel testo”. Qualora ne prevalesse una più restrittiva, insomma, i risparmi si ridurrebbero a una cifra di circa 110 milioni dopo due anni e 130 a regime. Nello studio vengono analizzate diverse voci di risparmio previste dalla riforma: il Senato, il Cnel, la riduzione dei compensi dei consiglieri regionali, l’abolizione dei contributi ai gruppi consiliari regionali e la “decostituzionalizzazione” delle province.

Senato
Per quanto riguarda il Senato, la riforma costituzionale prevede che i membri che lo compongono vengano ridotti del 69%, scendendo da 320 a 100. La nuova formulazione dell’articolo 69 abolisce le indennità, ma non è chiaro se abolisca anche i rimborsi spese. Nel suo studio Perotti prende in considerazione l’eventualità che questo accada. Secondo l’articolo, il personale del Senato diminuirà nel lungo periodo, ma non in proporzione alla riduzione dei senatori del 69%. Ci sono, infatti, dei costi fissi che sono necessari al funzionamento di un’istituzione come il Senato: usceri, elettriisti, il cui numero è indipendente da quello dei senatori. Per il professor Perotti, “a regime è quindi ragionevole ipotizzare che il personale si riduca del 30 percento. Il risparmio per il contribuente sul monte salari sarà di 33 milioni. Ovviamente non tutta la riduzione del personale avverrà immediatamente: poiché non sono previsti licenziamenti, il personale si ridurrà solo per attrito. Ipotizzando che in media ogni anno vada in pensione il 3 percento del personale, due anni dopo l’entrata in vigore della riforma il personale si sarà ridotto del 6 percento, per un risparmio di 7 milioni”.


Alcune spese, infine, aumenteranno, poiché la riforma dà al Senato il compito nuovo di valutare le politiche economiche e territoriali del governo. “In altre parole, il Senato si dovrà trasformare in un centro studi, tipo SVIMEZ. Inoltre, come è stato giustamente affermato, i senatori potranno lavorare solo alcuni giorni al mese; gli altri giorni, il lavoro di supporto dovrà essere assegnato alla loro segreteria, i cui ranghi dovranno venire corrispondentemente rimpolpati. Infine, i senatori che giungono da tutta Italia avranno sicuramente diritto almeno a un rimborso spese”, si legge nell’articolo. Da tutte queste variabili la stima del risparmio per i contribuenti è di 107 miloni due anni dopo l’inaugurazione del Senato con le nuove regole e 131 milioni a regime – cioè intorno al 2030.

CNEL
Nella riforma è prevista l’eliminazione del CNEL. Su questo punto ci sono due aspetti da considerare. Il primo è che il CNEL è stato già di fatto chiuso con una legge ordinaria: da ciò discerne che nel bilancio di previsione per il 2016, ad esempio, il compenso per gli organi isituzionali era già zero. Il risparmio stimato dalla Ragioneria con la riforma costituzionale è di di 8,7 milioni, cioè il totale delle spese rimanenti la chiusura. Il secondo punto concerne il fatto che la riforma ha disposto che tutto il personale del CNEL venga assunto dalla Corte dei Conti. Secondo lo studio di Perotti, dunque, il risparmio effettivo sarà di 3 milioni.

Consigli regionali
La riforma prevede che sarà una legge della Repubblia a stabilire gli emolumenti dei consiglieri regionali, “nel limite dell’importo di quelli attribuiti ai sindaci dei Comuni capoluogo di Regione”. L’analisi ha comparato i compensi attuali dei sindaci dei capoluogo e dei consiglieri regionali. Perotti nota come non sia chiaro se il termine “emolumento” intenda solo l’indennità di carica o anche il rimborso per l’esercizio del mandato. Assumendo che sia il secondo caso, il risparmio di spesa per il contribuente è quantificabile in 17 milioni. Se fosse stata presa in condierazione la prima ipotesi (cioè intendere con “emolumento” solo l’indennità), invece, ci sarebbe “un aggravio di spesa di 7 milioni”.

Altro aspetto è quello dell’abolizione dei contributi ai gruppi consiliari regionali. Il valore attuale di questi fondi è di 15 milioni. Per il professor Perotti appare “realistico” un risparmio di 10 milioni, poiché “è difficile pensare che essi non vengano sostituiti in parte da qualche voce alternativa, che consenta ai gruppi politici di funzionare”.

Province
Il nuovo testo rimuove le province dalla lista di enti costituzionali. Secondo l’analisi de LaVoce.info, includere tra i risparmi della riforma costituzionale quelli derivanti dall’abolizione delle province non è un approccio “corretto”: molte delle funzioni delle province, infatti, sono già state riallocate a comuni, città metropolitane, e regioni con una la legge Delrio del 2014, che ha eliminato gli emolumenti ai consiglieri provinciali e ha stabilito che i dipendenti non più necessari vengano riassorbiti da altri enti pubblici. I risparmi dell’abolizione delle province, insomma, “si sono già manifestati, e rimarrebbero anche se passasse il No al referendum”, poiché “indipendenti dalla riforma costituzionale”.